L’IMMAGINE DEL SABBA SECONDO CARLO GINZBURG

Il sabba era il momento cruciale degli incontri che avvenivano tra streghe e stregoni al cospetto del Diavolo. Durante i processi dell’Inquisizione, le confessioni estorte
con la tortura agli imputati portarono alla luce degli elementi fondamentali per poter
ricostruire minuziosamente e capire in che cosa consistesse il sabba. Gli accusati
ammisero quasi unanimemente di recarsi alle riunioni stregonesche durante la notte
tra sabato e domenica dopo essersi cosparsi il corpo con un unguento magico che
consentiva loro di volare o di assumere sembianze animalesche. Altri sostenevano di giungere agli incontri solo con lo spirito, non con il corpo, in una sorta di trance. Una volta giunti nel luogo adibito all’incontro, i partecipanti salutavano il Diavolo, solitamente nelle vesti di un caprone, baciandogli il sedere nel gesto conosciuto con la definizione di Osculum infame. Seguivano, poi, banchetti, orge, danze sfrenate, si derideva il Cristianesimo, ci si cibava di carne umana, si praticava l’infanticidio.
L’opera di Carlo Ginzburg, Storia Notturna. Una decifrazione del sabba, pubblicata nel 1989, cerca innanzitutto di spiegare cosa si celi oltre l’immagine del sabba di-
mostrando come dietro di esso, emerga uno strato di miti e di riti eurasiatici a sfondo
sciamanico.
Nella prima parte della sua opera, Ginzburg si occupa delle categorie di persone che nel corso della storia dell’umanità sono state oggetto di persecuzioni, forse per la
volontà da parte delle autorità europee di trovare a tutti i costi dei capri espiatori per
giustificare carestie e cataclismi naturali. Si parte dai lebbrosi accusati di contagiare i
sani per farli ammalare e morire; gli ebrei accusati di avvelenare i pozzi con polveri
malefiche e incolpati di essere complici dei lebbrosi.
A partire dal XIV secolo, l’ondata persecutoria travolge una nuova categoria: le
streghe e gli stregoni. Nelle testimonianze estorte dagli inquisitori, in tutta Europa
vennero a galla delle rivelazioni, da parte degli accusati, che permisero di svelare l’esistenza di una setta volta al male. Gli elementi comuni ai nuovi affiliati erano i
seguenti: tutti sostenevano di aver abiurato il Cristianesimo dedicando in questo mo-
do le loro esistenze al servizio del Demonio, erano capaci di macchiarsi dei peggiori
gesti come uccidere e cibarsi dei propri figli, si incontravano abitualmente per vene-
rare il diavolo e compiere malefici.
Nel 1466, a Chambery un gruppo di ebrei fu accusato di aver ucciso dei cristiani
per scopi rituali e nei documenti che fanno riferimento al fatto, anche se non si parla
di sabba, si fa menzione ad un rito che gli somiglia molto. Iniziano, quindi, ad emergere dal’400, elementi che andranno poi a costruire l’immagine del sabba( ri-
nuncia alla religione Cristiana, malefici, uccisioni, uso di unguenti).
Le persecuzioni contro lebbrosi, ebrei e streghe rappresentano per Ginzburg un ve-
ro e proprio complotto contro la società.
Ciò che emerge è che il sabba simboleggi un calderone in cui fluiscono svariati
elementi folklorici tra cui frammenti celtici e frammenti di tradizioni culturali riferiti
ai cicli di nascita e di morte come la rinascita di animali uccisi attraverso il tocco del-le proprie ossa. Il sabba avrebbe in questo modo origini davvero remote, un’origine
euroasiatica.
Durante i processi, le streghe e gli stregoni ammisero di recarsi agli incontri notturni in una sorta di trance, o estasi. L’estasi è un elemento che accomuna le streghe e gli stregoni agli sciamani della Siberia o della Lapponia; il volo dell’anima verso il
mondo dei morti, in sembianze animalesche o in groppa ad animali. Il sabba, quindi,
deriverebbe da frammenti di riti euroasiatici.
L’estasi accomuna il sabba pure ai benandanti friulani, uomini e donne provvisti di
un dono, quello di essere nati con la camicia cioè avvolti nella membrana amniotica,
che dichiaravano di combattere in estasi contro streghe e stregoni per la fertilità dei
campi.
Figure simili ai benandanti friulani compaiono in altre tradizioni folkloriche, basti
pensare ai taltos ungheresi, personaggi molto simili ai benandanti per il fatto di essere
anche essi nati con un contrassegno particolare, cadere periodicamente in estasi e di
essere in lotta per la fertilità dei campi.
In un altro capitolo di Storia Notturna, intitolato Mascherarsi da animali, ancora
una volta emergono elementi comuni a diversi strati geografici e culturali, esaminan-
do riti legati alla processione dei morti.
Nell’ambito celtico-germanico, ad esempio, troviamo l’uso di mascherarsi da ani-
mali e di lasciare offerte a divinità femminili: le Matronae celtiche, figure legate alle
estasi notturne.
Nell’Europa dell’est, nei Carpazi, in Bulgaria, in Ucraina e in Ungheria, un gruppo
di giovani, la vigilia di Natale, si riunisce e va in giro, mascherato, cantando canzoni
per le vie dei villaggi.
A Driskoli, in Tessaglia, figure mascherate recitavano pantomime tra il primo gen- 
naio e l’Epifania, dette kallikantzaroi.
In un altro capitolo, Ossa e pelli, vengono analizzati miti lontani, storicamente e
geograficamente distanti, caratterizzati però da una struttura simile. Si parte da un
elemento deambulatorio, la difficoltà nel camminare, che è dato comune a miti diff e-
renti, partendo dalla storia di Edipo. Il motivo deambulatorio viene associato al mon-
do dei morti. Nel furto dei cavalli di Laio da parte di Edipo, il rapimento del bestiame ricalca un antico modello mitico: il viaggio nell’aldilà per rubare il bestiame ad un essere mostruoso. E’ forte, ovviamente, il nesso con i viaggi nel mondo dei morti compiuti dagli sciamani in stato di estasi. È ovvio, tra l’altro, fare riferimento e ri-
cordarsi dei viaggi dei benandanti friulani per strappare agli stregoni un raccolto ab-
bondante.
Miti con una struttura simile sono presenti nel mondo Greco e in Cina.
L’autore giunge alla conclusione che la zoppaggine mitico-rituale sarebbe un fe-
nomeno transculturale legato al passaggio stagionale. Nella Marca brandeburghese chi personifica l’inverno che sta per finire, finge di zoppicare; in Macedonia i bambi-ni celebrano l’arrivo della primavera inveendo contro lo zoppo febbraio.
Ancora una volta, Ginzburg denota forti nessi tra miti e riti differenti e appartenen-
ti ad ambienti culturali e geografici davvero distanti.
Per millenni, il viaggio nell’aldilà è stato il tema centrale di miti, riti, estasi. Tutti i miti analizzati dall’autore: i cortei estatici a seguito della dea notturna, le battagli per
la fertilità dei campi, i miti concentrati sugli zoppi, tutti questi riti analizzati per chia-
rire la dimensione del sabba, convergono in un punto: il viaggio verso il mondo dei morti. La stessa comunissima fiaba di Cenerentola, fa riferimento all’aldilà.
Nella Conclusione, Ginzburg mostra come nel 500, studiosi del calibro di Cardano o Della Porta siano convinti che il sabba stregonesco, l’incontro col diavolo, il volo
magico siano solo frutto di allucinazioni prodotte da sostanze o da denutrizione. L’autore, però, sostiene che nessuna condizione fisica possa generare esperienze così complesse anche se ipotizza l’esistenza di questi fattori.
La claviceps purpurea è un fungo che nasce sui cereali, in particolare sulla segale.
L’ingestione di questa sostanza può avere delle conseguenze davvero devastanti: can-
crena o crampi violenti, epilessia, perdita dei sensi dalle sei alle otto ore. La segale
era usata anche come abortivo. La segale cornuta era molto diffusa in tutta Europa; chi l’assumeva poteva cadere in un sonno profondo e al risveglio parlare di visioni.
La segale, per la sua capacità di alterazione, era conosciuta in Francia con il nome di segale ubriaca e in Germania, grano pazzo. Nell’800, nelle campagne tedesche ai
bambini si parlava di un lupo della segale, un essere mostruoso. Tra il lupo della se-gale e il lupo mannaro c’è una grande affinità.
L’amanita muscaria, è un altro fungo che provoca alterazioni della mente se assunto. Esso è particolarmente usato dagli sciamani in Siberia per raggiungere l’estasi. Il
nome del fungo deriverebbe da una parola sanscrita il cui significato è zoppo, storpio.
Esisterebbe, quindi, un legame tra il fungo usato dagli sciamani che induce all’estasi
e la zoppaggine. Ginzburg ha rilevato delle radici linguistiche in base alle quali vi
sono dei nessi tra il fungo, la zoppaggine e i rospi, animali considerati diabolici.
Dall’Italia settentrionale, alla Germania, all’Ucraina, il rospo è designato come fata, strega, mago. A quanto pare, anche il rospo come l’amanita muscaria e la deambula-zione, è in molte culture un tramite simbolico con l’invisibile.
L’amanita muscaria, tra l’altro, era associata alla betulla e all’abete, piante diffu-
sissime sulle montagne europee, proprio in quei posti interessati dalla stregoneria.
Concludendo, Carlo Ginzburg attraverso la sua opera cerca di capire cosa si nasconda dietro l’immagine del sabba stregonesco facendo emergere come sia certa la
somiglianza profonda che lega i miti poi confluiti nel sabba. Tutti hanno un tema co-mune: andare e tornare dall’aldilà. Le diverse variazioni dipendono dalla diversità
delle società.
Ancora una volta si evince che il sabba deriva da strati culturali e folklorici eura-

siatici.

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