LA JANARA


Secondo la tradizione popolare diffusa nel Sud Italia, e in modo particolare in quella beneventana, la “Janara” è un essere malefico, una strega che conosce perfettamente l’uso delle erbe e come impiegarle al meglio  per causare del male.
Etimologicamente, il termine Janara pare derivi da “Diana”, dea romana della Luna e della caccia; secondo altri, deriverebbe dal latino ianua, “porta”, facendo riferimento così al dio “Giano”, divinità bifronte custode delle porte, proprio per la sua capacità di guardare avanti e dietro.
Le Janare erano persone insospettabili che di giorno si confondevano agli altri, senza destare alcun dubbio. Al calar del sole, invece, dopo aver assunto la sembianza di un’ombra, si intrufolavano nelle case e nelle stalle altrui, con l’unico obiettivo di seminare paura e male. Si credeva fossero capaci di causare aborti, rendere infertili, generare deformità nei neonati facendo loro patire disumane sofferenze. Erano le autrici anche di alcuni dispetti più «innocenti», per esempio facevano ritrovare di mattina i cavalli nelle stalle con la criniera intrecciata o sudati per essere stati cavalcati tutta la notte.
Per impedire loro di oltrepassare l’uscio, le si fermava ricorrendo a degli strumenti superstiziosi quali il ferro di cavallo, il sale grosso o la scopa.
Dai racconti popolari trapela che quando ci si accorgeva che una strega si fosse introdotta furtivamente in casa, bisognava cercare di prenderle i capelli e dire a voce alta: «tengo ferro». Invece, era possibile vedere le janare attendendo ai crocicchi la mezzanotte, il 24 giugno, giorno in cui si celebra la festa di San Giovanni.
Il sale era forse lo strumento più efficace per impedire alla Janara di introdursi nelle abitazioni; se ne metteva un mucchietto davanti all’uscio, in modo che la megera non avrebbe resistito nel fermarsi a contare tutti i grani, cosa che le avrebbe rubato molto tempo, fino a quando non si sarebbe fatta l’alba e sarebbe stata costretta a fuggire. Lo stesso si faceva con una scopa di saggina, posta davanti alle porte; la strega si sarebbe distratta a contarne i fili.
Secondo altre credenze, la strega andava acciuffata per i capelli; sarebbe stata obbligata a porre la domanda “Che cos’hai in mano?”, e l’altra persona avrebbe dovuto risponderle:“Vieni domani per sale”. In questo modo la Janara si sarebbe vista costretta a ritornare il giorno seguente, sottoforma di sembianze umane, a chiedere del sale alla vittima; in questo modo la sua vera identità sarebbe stata svelata.
Creatrici di pozioni e sortilegi e alla mercé del demonio, le Janare rapivano i neonati dalle loro culle, infliggendo loro le più atroci sofferenze, e ne utilizzavano il sangue, il grasso e le ossa, per preparare unguenti e incantesimi.

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